Storia di Roma - le origini di Roma

Quasi tutti vi sanno dire che, secondo la leggenda, Roma fu fondata da Romolo e Remo, i gemelli. Già, ma loro come erano nati?

 

La storia parte dalle gesta di Enea, l'eroe greco genero di Priamo, re di Troia. Dopo la distruzione della città per opera degli achei, il figlio della dea Afrodite (Venere per i romani) giunse nel Lazio e sposò Lavinia, figlia di un re locale, Latino. Dal loro amore nacque quindi Ascanio, che fondò Albalonga, sulla quale dominarono dodici re. L'ultimo re fu Numitore, che venne spodestato ingiustamente da Amulio, il fratello. Amulio costrinse la nipote, Rea Silvia, a diventare sacerdotessa di Vesta, obbligandola così alla castità.

 

La leggenda racconta che la vergine un giorno si recò a una fonte sacra nel bosco, per attingere l'acqua. Vide un misterioso e bellissimo guerriero, che si inchinò al suo passaggio. Intimidita la vestale fuggì, ma dovette tornare il giorno successivo per prendere l'acqua. Aveva viaggiato portandosi dietro un grande vaso per la raccolta e quando arrivò alla fonte era molto stanca. Un sonno pesante la colse, complice il canto degli uccelli e il suono dei ruscelli. Il guerriero la raggiunse, ed era in realtà il dio Marte, protettore dei campi e dei soldati, a cui sono sacri i lupi e i cavalli.

 

Già dal giorno prima il dio si era invaghito della vergine, e ora la vedeva distesa, con il vento che le scopriva il seno e le scomponeva i capelli. Preso dal desiderio Marte la possedette furtivamente. In seguito Rea Silvia, resasi conto della gravidanza, cercò di mantenere il segreto. Ma i sogni turbavano la vestale. Sognava di essere presso il fuoco di Vesta, quando la benda sacra che portava sul capo le cadeva. Da essa germogliavano due palme; una di esse, immensa, cresceva fino a ricoprire con i rami tutta la terra, e con la chioma arrivava fino alle stelle.

 

Quando infine partorì due gemelli fu scoperta da suo zio Amulio, il quale ordinò che fosse sepolta viva. Aveva infranto il voto di verginità e lasciato che il fuoco sacro di Vesta si spegnesse. Amulio ordinò poi di gettare nel Tevere i gemelli, due guardie ebbero però pietà dei pargoli; li abbandonarono alle correnti come ordinato, ma dentro un cesto. E poi furono allattati dalla lupa, direte voi. Non esattamente. Una versione della leggenda vuole che il cesto, preda della corrente, fu trattenuto da un albero, un giovane fico che da un'isoletta sporgeva i rami in acqua. I due gemelli si nutrirono succhiando il liquido zuccheroso che colava dai frutti dell'albero.

 

Secondo questa versione dunque i romani non sono figli della lupa (che giunse più tardi, quando le acque del Tevere si ritirarono), bensì del fico, cioè il Ficus Rumina, dea (in quanto albero femmina) protettrice e nutrice delle popolazioni italiche dell'antichità. Questo darebbe un aspetto più “dolce” alle origini dei romani, considerati sempre invece figli della lupa e quindi in qualche modo “contaminati” dalla furia della belva.

In effetti il fico era un frutto prezioso, perché esso maturava spontaneamente nella calura e nella siccità. Nel difficile periodo delle origini era quindi un'importante risorsa per la sopravvivenza. L'albero-divinità divenne oggetto di adorazione e molti esemplari vennero posti in importanti luoghi della città, come il Foro o il Lupercale, la “casa di Romolo” sul colle Palatino. Alla divinità i sacerdoti sacrificavano il latte e chiedevano protezione per i neonati, nonché favori nei riti legati al sesso. Infatti il simulacro di Priapo a Roma era fatto con legno di fico. Nell'antichità entrambi i simboli, il fico e la lupa, erano presenti nelle rappresentazioni. La lupa, sacra a Marte, padre di Roma, si aggirava intorno ai gemelli senza divorarli, mentre i fichi erano assimilati ai seni materni. In seguito, quando Roma crebbe, il lavoro agricolo fu assegnato agli schiavi, e la città si staccò dalle sue origini contadine. A quel punto la lupa fu elevata al ruolo di unica nutrice e balia dei gemelli, diventando il simbolo della città. Per parlare del presente, il mito del fico è rimasto comunque nei romani, anche se in forma decisamente diversa; chiedete e vi consiglieranno senza dubbio la gustosa “pizza e fichi”.

 

Tornando alla storia dei gemelli un pastore, Faustolo, li raccolse e li portò a casa, una capanna sul colle Palatino, dove la moglie Acca Laurentia li allevò come fossero suoi. Il pastore li chiamò Romolo e Remo. Crescendo i fratelli conobbero infine la verità. Venne un giorno in cui si festeggiavano i Lupercalia, antica festività religiosa in onore di Lupercus, dio della fertilità e protettore del bestiame. Durante la festa i fratelli ebbero una disputa con i pastori di Numitore, lo spodestato ex-re di Albalonga. Remo fu portato da Amulio con l'accusa di avere devastato i campi di Numitore. Amulio inviò l'accusato proprio dal fratello per essere giudicato. Numitore rimase impressionato dalla somiglianza di Remo con la sua defunta figlia, Rea Silvia, e lo lasciò andare, intuendo qualcosa. Contemporaneamente Faustolo raccontò a Romolo la loro origine e la storia dell'usurpazione del regno.

 

A quel puntò scattò la vendetta. Romolo radunò dei compagni e raggiunse Amulio, insieme a Remo. L'usurpatore venne ucciso e sul trono di Albalonga ritornò Numitore come legittimo sovrano. Romolo e Remo chiesero il permesso al re di tornare sulle rive del Tevere, il luogo delle loro origini, per fondare una nuova città su cui regnare, e il sovrano acconsentì. Presto però si pose il problema di chi dei due dovesse essere al comando. Essendo gemelli non si potevano nemmeno affidare all'anzianità. Decisero quindi di chiedere un responso agli dei, osservando il volo degli uccelli per ottenerne un responso.

 

Romolo scelse come luogo per l'osservazione il colle Palatino, Remo l'Aventino. Remo fu il primo ad avvistare sei avvoltoi, un segno considerato positivo. Ma subito dopo Romolo ne vide dodici. A quel punto i due cominciarono a litigare: qual era il segno divino? Aver visto per primo gli uccelli o averne visti di più? A questo punto le versioni della leggenda cominciano a differire. Secondo una versione nella violenta lite i due vennero alle mani e Romolo uccise il fratello senza tanti complimenti. Secondo un'altra versione, quella più diffusa, Remo accettò invece le ragioni del gemello. Romolo quindi prese un aratro con cui tracciò un solco (in latino Urvus, da cui Urbis, e quindi Urbe) sul Palatino, per segnare quella che sarebbe stata la cinta muraria della città, che avrebbe preso il nome di Roma. Cominciò quindi la costruzione delle mura, e a guardia del perimetro mise la fedele guardia Celere (da cui forse il nomignolo con cui oggi i romani chiamano i poliziotti, "cellerini"), con l'ordine di uccidere chiunque l'avesse superata. Ma per disgrazia Remo non era venuto a conoscenza di quest'ordine e quando un giorno si recò nella zona, per andare a trovare il fratello, vide il recinto ancora molto basso, e lo scavalcò con un salto. Celere tenne fede al suo compito e l'uccise con la spada. Romolo venne a sapere della disgrazia, ma trattenne per sé la disperazione, era un sovrano e non poteva farsi vedere piangente davanti al suo popolo. Una leggera variante della leggenda vuole che Remo scavalcò la cinta per andare a schernire il fratello, che lo uccise di propria mano.

 

In ogni modo alla fine la città ebbe il suo re, Romolo. Era nata Roma. Il nuovo sovrano cominciò a popolarla, ma per assicurare la crescita e l'espansione aveva bisogno di donne, di cui c'era carenza. La situazione lo porterà a essere protagonista di quello che sarà conosciuto come Il ratto delle Sabine. Ma questa, come si dice, è un'altra storia...